QUALCHE RIFLESSIONE SUL CONCETTO DI “ TERRITORIO” E SULLA PROPOSTA D’UN OSSERVATORIO

E’ con pessimismo che mi accingo a buttar giù queste note. So che, ai più, risulteranno tediose.

La sintassi del militante di 30-40 anni fa non è comprensibile a chi è, oramai, avvezzo all’estrema sintesi delle SMS … e mi viene da pensare: “ meno male”. Nonostante ciò provo ad esporre queste mie riflessioni pur sapendole prive di “organicità” e di “carisma” ( e, ancora, “meno male” …).

Perché occuparsi del “territorio”? Perché su di esso si svolge la nostra vita: è lo spazio materiale e (dal punto di vista della dimensione tempo) attuale della nostra esistenza; è la sede propria degli indispensabili rapporti sociali. Dal suo assetto dipendono tante cose: l’abitare, la possibilità di intessere relazioni soddisfacenti e ( perché no ?) il senso del piacevole, del bello … Eppure il rapporto che abbiamo con il nostro “ habitat” è profondamente alienato. Le possibilità di scelta si riducono a poca cosa: non vanno oltre la “ conquista “ dell’abitazione ( che sovente diventa la “tana” in cui rifugiarsi) e la frequentazione di alcuni spazi comuni anche ad altri individui ( negozi, bar, ristoranti …). L’organizzazione della città non sembra essere affare nostro. Sono altri i meccanismi, le persone, gli interessi che decidono … interessi, in gran parte privati (nel pieno senso del termine)dove domina rendita, speculazione, profitto. Se questo è, nella sua forma essenziale, lo spazio abitato, passa in secondo piano il suo essere “ luogo sociale” o ( concetto anche più ardito) il suo essere “ bene comune”.

Si può andare contro ( e oltre) le “logiche del mercato”? A tal fine credo sia, innanzitutto, necessario liberarsi delle “ incrostazioni ideologiche” che il dominio del liberalismo ( neo ? ) ha depositato sul nostro stesso modo di percepire il mondo (il migliore, il solo possibile). Lottare per nuove forme del vivere sociale significa, anche, denunciare il carattere contingente di quelle attuali: ” il re è nudo!”

Tentiamo di definire qualche “ principio alternativo” (banalizzando un po’ e, soprattutto, facendo astrazione dalla situazione data):

1) il territorio è “natura” ( insieme di risorse pre-esistenti) ma anche risultato di un millenario lavoro umano il quale, nel corso di una trasformazione incessante, ha creato su di esso le condizioni del “vivere civile”; queste opere (case, insediamenti produttivi, strade, e via dicendo …) sono, prima che beni sul mercato, “valori d’uso” e, come tali, destinati a chi si trova a vivere in quello spazio abitato. L’organizzazione del territorio è, dunque, un dato oggettivo in cui convergono la “natura” (a disposizione di tutti ) ed il lavoro umano, che si è cristallizzato in materia ( e che solo per le forme storiche dei rapporti di produzione è diventato “proprietà”): da qui si deve partire per “progettare” trasformazioni finalizzate a rendere la vita di tutti più agevole. Ne discende che:

_l’abitazione è un diritto di cui nessuno può essere privato. E’ compito dell’organizzazione sociale assicurare a tutti un’abitazione decorosa.

_ le pertinenze delle abitazioni ( l’insieme delle infrastrutture che insieme alle case “ fanno” la città) debbono favorire una vita sociale il più possibile “armoniosa” ( ero tentato di usare il termine “felice”…). Ciò significa, ad esempio, che debbono essere rimossi gli ostacoli (l’esasperato traffico automobilistico in primo luogo) che si frappongono alla libera circolazione ed a rapporti sociali meno alienati o, ancora, che vanno realizzati spazi attrezzati (e possibilità, non occasionali né esclusivamente finalizzate all’”evento” ) di incontro.

_ sono da salvaguardate (pensandole come “beni comuni”) le risorse naturali ( e non solo)tenendo conto della loro “finitezza”; ad esempio evitando di sprecare il suolo con insediamenti dettati esclusivamente dalla logica del mercato.

2) Il territorio, appartiene a tutti (per il solo fatto che tutti lo abitano) e, perciò, tutti debbono essere posti in grado di decidere sul suo assetto. Le forme tradizionali della democrazia rappresentativa ( già di per se precipitate in una crisi generale) sembrano soddisfare sempre meno questa esigenza. Da qui la necessità di “inventare” ( è proprio il caso di dirlo)nuovi modi di partecipare e di decidere. Ovviamente, dato il groviglio di problemi che presenta, il compito è tutt’altro che semplice … Forse le tecnologie informatiche possono fornire un aiuto in proposito rendendo intellegibile e trasparente il processo decisionale. Penso, ad esempio, ad interventi sia nella fase pre – progettuale (fornendo indicazioni) sia, successivamente, nell’esame delle diverse possibili soluzioni. Il controllo sociale dello sviluppo urbano resta, comunque, l’unica garanzia per impedire, da una parte, il dominio assoluto dell’interesse privato e, dall’altra l’eccesso di burocratizzazione. Del resto la programmazione ( di cui la “ progettazione partecipata” dovrebbe essere un pilastro), pur con tutti i suoi difetti, costituisce l’unico mezzo per cercare di sottrarre l’assetto del territorio alle dinamiche ( in larga misura “ sovra determinate”) del mercato. E’ perciò una sintesi irrinunciabile dei contrastanti interessi presenti.

Sono principi discutibili ed il confrontarsi su di essi è compito di chi ha un qualche interesse a farlo.

Ma l’esercizio non si esaurisce con il dibattito: se è utile pensare oltre i confini dell’esistente (la speranza si nutre di utopie) è altrettanto necessario conoscere la “realtà” ed operare concretamente su di essa con obiettivi raggiungibili (o, quantomeno, perseguibili).

Occuparsi del “territorio” e delle sue trasformazioni significa anche questo: conoscere la situazione attuale, capire sulla base di quali forze, equilibri, contraddizioni e movimenti essa si è determinata. Da qui la proposta di un sito su cui riversare informazioni e “ conoscenza”.

Ma, anche in prima approssimazione, non è difficile scorgere, nelle forme in cui si struttura il territorio, i segni ( direi di più: le leggi) proprie della produzione ( o di riconoscimento di valore) delle merci. Le abitazioni, le strutture produttive e distributive, le infrastrutture (indispensabili per il flusso del prodotto)e la stessa “terra” ( la cui “vocazione all’uso” genera la “rendita”) rappresentano “valore” prodotto e scambiato secondo rigide regole di “mercato”. Ma tutte queste opere sono anche il frutto del lavoro umano finalizzato all’uso delle stesse. Un uso che, però, richiede soldi (domanda “solvibile” direbbe un economista). Da qui la contraddizione tra valore di mercato e valore d’uso. L’attualissima vicenda dei “ mutui casa” sembra spingere all’estremo questo conflitto: il “ bene casa” scompare come entità concreta per diventare, tramite la “ cartolarizzazione” del debito, “prodotto finanziario” ( pura e semplice occasione di investimento). Tutto ciò spiega come, ad esempio, vi sia un eccesso di nuove costruzioni ma che, contemporaneamente, per molti non vi sia la possibilità di abitare dignitosamente, o, ancora, la “rigidità” di un “mercato degli affitti” che appare assolutamente marginale rispetto al mercato della casa.

Studiare e capire per individuare le possibilità di cambiamento ed indirizzarle, per quanto possibile, verso le finalità individuate nel dibattito e continuamente verificate durante l’iter del cambiamento. Si rende dunque, necessario un “ programma di massima” (suscettibile, in quanto tale, di modifiche) e la “strutturazione” di un gruppo di lavoro in grado di perseguirlo. Per quel che riguarda quest’ultima condizione, fermo restando che il gruppo è aperto alla partecipazione di tutti senza vincoli ne obblighi, credo sia indispensabile l’impegno ( come minimo) di 5 o 6 persone disponibili ad un lavoro continuativo. Secondo me è necessario darsi alcune “regole” per non comportarsi da “ partito” (senza, per altro, esserlo):

_ la partecipazione è libera a tutti indipendentemente dall’appartenenza ( o no ) a partiti od associazioni.

_ libera è la modalità di partecipazione: si può fare o non fare ( ovviamente quello che collettivamente si decide), andare o venire senza dover apportare giustificazione alcuna al proprio comportamento.

_ ognuno parla per se stesso e rappresenta esclusivamente se stesso a meno che, su specifica questione, non venga delegato dal gruppo a rappresentarlo.

Gli obiettivi di tutto questo potrebbero essere:

_ concepire modelli ( sia pur minimali) di relazioni sociali alternative e porli in relazione a possibili, diversi assetti territoriali.

_ individuare ”possibilità“, soggetti sociali da coinvolgere, controparti e “progetti” ( sui quali focalizzare l’intervento).

Dopo questa lunga premessa ( tutta politica), recuperata, in gran parte da vecchi appunti, tenterei di entrare ( più tecnicamente) in merito alla proposta.

 

Il “ territorio” è complesso ( luogo del vivere, del produrre, del consumare, dello smaltire i rifiuti, …): anche la sua rappresentazione è ( necessariamente) complessa. Per affrontarla è, metodologicamente, conveniente scomporre il problema in parti senza mai dimenticare che esse sono, comunque, una frazione del tutto. Da qui l’importanza degli strumenti che vengono scelti per costruire la “mappa”.

D’altra parte il modellamento di questi non è operazione oggettiva ( e neppure “neutra”). Dipende dai “ punti di vista” dei soggetti ( sintesi di diverse concezioni formatesi nel tempo come stratificazioni di esperienze individuali e collettive) che condizionano i termini dell’operare e, a loro volta, sono da essi condizionati.

Il risultato è un processo ( dialettico e, probabilmente, anche conflittuale ) tra i protagonisti e, anche, tra le varie fasi in cui, cronologicamente, procede il lavoro.

Ne discende che la scelta degli strumenti ( in questo caso il principale dovrebbe essere un “sito”) richiede la consapevolezza dei limiti dell’impresa ma, anche, idee sufficientemente chiare e precise sulle sue “potenzialità”. In altri termini: se la struttura del sito non può pretendere completezza ( sarà un percorso da realizzare nel tempo con apporti anche non sistematici e, comunque, mai esaustivi)fin da ora dobbiamo chiarirci cosa fare, come fare e, forse anche, perché fare.

Personalmente ritengo fondamentale cercare una risposta a quest’ultima domanda.

Dare un “ senso” all’agire ( ma, forse anche, semplicemente al vivere) è questione centrale. Problema individuale ( perché impegnarsi ? ) ma anche collettivo. L’analisi delle profonde trasformazioni in corso (radicali sul piano economico, sociale e politico) hanno in gran parte trascurato il mutare del “senso”.

La crisi delle religioni prima, e delle ideologie poi, portano a vivere esclusivamente il presente esorcizzando ( in quanto angoscioso) il futuro.

Senza dilungarmi oltre credo che uno spazio del sito ( un apposito blog ? ) debba essere dedicato a questa ricerca. Non si tratta di far “ filosofia” (intesa nell’accezione riduttiva ed un po’ spregiativa che, a volte si da a questo termine)ma di instaurare un ulteriore momento di confronto e di dialettica con il “ pratico”.

Solo così appaiono percettibili concetti come “ relazione”, “ bellezza”, “ “paesaggio”, arte”, …

Altri spazi, oltre a quello centrale ( informativo – conoscitivo, impostato sul modello “ wikipendia”) possono essere, invece, dedicati ad aspetti particolari (le conseguenze di una lottizzazione, il progetto di un’infrastruttura, … ) con i quali instaurare un rapporto con i cittadini interessati ad un particolare specifico intervento.

Tutto il lavoro deve essere, comunque, finalizzato a costruire un dibattito e, dove possibile, a promuovere delle scelte che coinvolgano la popolazione ed il “ sapere” dei singoli.

Una prima questione “ pratica”. Un sito “ nuovo” ( tra la miriade di siti presenti sul web) costruito, essenzialmente da “informazioni” ( per di più “ tecniche”) ha ben poche probabilità di trovare numerosi utenti. Ma se la montagna non va da Maometto … Un primo potenziale “ serbatoio” è costituito dall’insieme di individui che ( a torto o a ragione)consideriamo appartenenti ad una certa area. Diciamo: quelli “sensibili ai problemi sociali” … Si tratta di spulciare la mail-list che ciascuno di noi conserva nel proprio computer per crearne una complessiva di possibili utenti. Questi verranno contattati periodicamente ( ogni mese ? ) mediante un messaggio di posta elettronica che, oltre a fornire l’indirizzo del sito, ne indichi, in maniera un po’ accattivante, le novità.

In secondo luogo si deve tentare di raggiungere chi, per un motivo o per l’altro, si interessa ( o è costretto ad interessarsi) a queste problematiche. Per esempio sono certamente numerosi a Pinerolo ( e nel circondario) gli studenti di architettura, ingegneria o di altre materie attinenti … Dovrebbe essere condotta un’indagine specifica in merito, magari coinvolgendo gli insegnanti. Una parte del materiale da inserire nel sito può provenire da ricerche ( studi, progetti, …) condotti recentemente nell’ambito scolastico o, meglio ancora, in fase di allestimento.

Il terzo gruppo da contattare è costituito dagli “addetti ai lavori”: chi, a vario titolo ( associazioni, progettisti, imprese, …) si occupa di questi problemi.

Infine, a questo proposito, credo sia assai importante curare i “ linguaggi” andando oltre quello tecnico che, da solo, rischia di pregiudicare l’interesse verso queste tematiche. Credo, ad esempio, che l’arte in quanto espressione di un “messaggio” universale ed emozionante, potrebbe essere un prezioso mezzo di comunicazione.

Tornando ai contenuti proviamo a definire i termini della proposta “ osservatorio” ( almeno come l’ho capita io): conoscere ed affrontare, in un iter prolungato nel tempo, una realta’ complessa e dinamica.

Ne deriva che complessità e dinamicità sono le due dimensioni sulle quali va modellato l’intervento ( e, dunque, anche il sito). Compito, tutt’altro che facile, che richiede un’attenta impostazione metodologica. Una strada può essere quella di scomporre il problema in parti ( più facili da affrontare e discutere)tentando, comunque, di garantire le connessioni tra di esse.

Forzando la complessità del reale enucleiamo alcuni punti ( le parti del tutto):

_ il consumo del suolo

_ la pianificazione (programmazione urbanistica)

_ la viabilità

_ i “ beni comuni”

_ i problemi abitativi

_ la democrazia ( partecipazione nel processo decisionale)

_ la produzione, la circolazione delle merci e lo smaltimento dei rifiuti.

_ l’organizzazione dei servizi ( pubblici e privati) e la loro dislocazione sul territorio

_ il processo di produzione edilizia

_ l’indebito arricchimento ( lo spostamento di risorse)

 

Sicuramente altri punti possono essere indicati come, inversamente, ciascuno di quelli elencati contiene, al suo interno, una parte degli altri. Un ulteriore argomento ( la cui considerazione complica ancor di più il discorso)è dato dal legame che questo territorio ( il Pinerolese) ha con le zone limitrofe ( in particolare con Torino e dintorni); difficile da trattare ( per la sua ampiezza) ma sicuramente importante anche per ribadire la relazione “parte – tutto” su cui si basa questa impostazione.

Proverò, ora, per ciascun punto, a formulare ipotesi di lavoro (sforzandomi, per quel poco che conosco l’argomento, di pensarle all’interno di un’impostazione “informatica”).

 

 

CONSUMO DEL SUOLO

Poniamoci delle domande: esiste? _ è negativo? _ si può contrastare? _ come si connette con gli altri punti?

E’ sotto gli occhi di tutti che il fenomeno esiste e che si è “ mangiato” larghe fette di campagna. Ho visto spesso dati impressionanti in materia. Occorre disgregarli e creare una documentazione specifica per il nostro territorio. Interessano i dati assoluti ( i kmq di area compromessa), le densità urbanistiche dei nuovi insediamenti, informazioni sulla qualità dei terreni agricoli coinvolti. Occorre, anche ( conducendo l’indagine su un lasso di tempo significativo), mettere in relazione la variazione del numero degli abitanti con la quantità delle nuove aree edificate ed, infine, confrontare le concessioni per nuove costruzioni con quelle per ristrutturazioni. La documentazione, almeno in parte, può essere di impatto visivo con il confronto immagini di diverse epoche.

Possibili fonti: Comuni, Provincia, Associazioni Agricoltori, archivi fotografici. Credo che la maggior parte delle informazioni possano essere tratte direttamente dai siti delle istituzioni sopra indicate. Ovviamente occorrerà un lavoro di rielaborazione.

Ritengo questo fenomeno negativo in quanto comporta pesanti costi:

“monetari” con la perdita della produzione agricola, i grandi oneri per la realizzazione di infrastrutture ( strade, acquedotti, fognature, illuminazione, …)

“sociali” con l’alterazione delle condizioni naturali e l’inquinamento

“relazionali” modificandosi, anche, i modelli di comportamento umano.

Con un po’ di pazienza si può arrivare ad una, sia pur grossolana, quantificazione delle prime due categorie di costi e dell’incidenza di questi nel tempo ( il che sarebbe importante in quanto contraddice l’idea che tutto sia pagato con i contributi di urbanizzazione versati dal costruttore).

Lo sprawl ( il termine inglese con il quale si definisce il fenomeno della dispersione abitativa) potrebbe essere facilmente contrastato a patto, ovviamente, che esista una volontà politica in merito.

Infatti, attraverso la pianificazione urbanistica è possibile:

_ porre limiti territoriali allo sviluppo

_ mettere in stretto rapporto l’aumento del fabbisogno abitativo con le nuove concessioni edilizie.

_ privilegiare l’uso delle aree “compromesse “ ( fatta salva la loro valenza di “ servizio”) e le ristrutturazioni.

_ rivedere i criteri per la scelta delle zone destinate alla grande distribuzione ed ai centri commerciali.

_ imporre adeguati spazi di salvaguardia rispetto alle strade ( tangenziali, in particolare.)

_ introdurre ( e rendere rigorosamente vincolante) il Programma Pluriennale di Attuazione ( p.p.a.)

Anche fisicamente è possibile imporre dei limiti tramite, ad esempio, gli “ orti urbani” o strisce boschive ( in zone, ovviamente, di non particolare pregio agricolo).

Il consumo del suolo è in connessione stretta con la pianificazione urbanistica ( come già, in parte, evidenziato ) ma ha anche ulteriori legami con la viabilità, i problemi abitativi, il processo di produzione edilizio e l’indebito arricchimento ( grazie, soprattutto, alla rendita fondiaria).

Per meglio comprendere il fenomeno ( e interpretarlo per il nostro territorio) è sicuramente utile una ricerca sugli attuali strumenti urbanistici ( in particolare sulla loro propensione a favorire lo sprawl) e sull’incidenza che hanno gli oneri di urbanizzazione ( e gli altri tributi specifici) sul bilancio dei Comuni.

 

PIANIFICAZIONE URBANISTICA

Creata per limitare l’abuso del territorio ha forse, in Italia, raggiunto il suo punto più “alto” negli anni settanta con l’approvazione della legge nazionale n°10 / 77 e, soprattutto, della LR piemontese n°56 del 5 dicembre 1977. Negli anni successivi la 56 ha subito numerose modifiche che l’hanno, in buona parte, svuotata del suo significato. Nella pratica ciò ha comportato un progressivo “ svilimento” del valore degli strumenti urbanistici comunali. Sarebbe interessante indagare su come ( e a causa di che?) si sono modificati così profondamente gli iniziali criteri ispiratori fino ad arrivare alla concezione, del tutto antitetica, nota come “ urbanistica contrattata”. Una ricerca sui professionisti locali potrebbe dare risposte.

Il P.R.G.C. di Pinerolo, nato già vecchio, nonostante tutte le sue varianti ( ho perso il conto: non so più dire quante …)risulta inadeguato. Era, fin dall’inizio, un piano di “ basso profilo”, con qualche concessione formale alle mode imperanti in quell’epoca ma, sostanzialmente, definito sulla base dei “ desiderata” degli “ addetti ai lavori”. Urge un nuovo piano . . ma, questo, affronterà davvero i problemi dell’assetto del territorio o segnerà un ulteriore passo indietro? Personalmente sono pessimista; a livello nazionale e, anche, regionale tira una gran brutta aria e a parlare di pianificazione par di bestemmiare. Nonostante ciò il tema è troppo importante per non tentare di resistere al “ malo tempo”. Anche qui alcune ipotesi di lavoro:

_ fermo restando che non tocca a noi redigere il P.R.G.C. esistono spazi di intervento nella fase iniziale ( redazione ed approvazione della “) delibera programmatica” e, successivamente nell’esame del “ progetto”.

_ è essenziale aprire un dibattito coinvolgendo il più possibile la popolazione ( si tratta di capovolgere le logiche dell’“ urbanistica controllata” ).

_ le scelte importanti sono tante e vanno ben oltre il problema dello sviluppo dell’edilizia abitativa ( il quale, però, sarà probabilmente il “ centro” del Piano in quanto su di essi si concentrano gran parte degli interessi speculativi). Sta a noi far emergere idee diverse.

_ il calcolo del “fabbisogno abitativo” ( pregresso e stimato per il futuro) è l’elemento decisivo per il dimensionamento: da esso discendono quasi tutte le altre grandezze ( aree da impegnare, cubature, standards, …). Penso possa essere utile mettere in relazione il fabbisogno ( soprattutto quello pregresso) con la grande quantità di alloggi vuoti in città, in altri termini far emergere la contraddizione tra valore d’uso e valore di merce del bene casa.

_ trattandosi di materia alquanto complessa conviene far ricorso ad “ esperti” e, nel contempo, vedere cosa si fa in altre situazioni.

_ potrebbe essere utile discutere anche di “qualità “ della costruzione ( la sua conformità a criteri di risparmio energetico , l’uso di prodotti non nocivi, …)in relazione alle norme da emanare all’interno degli strumenti urbanistici.

_ infine credo sia l’ora di iniziare a riflettere sul rapporto lavoro – assetto del territorio, tema che ritengo centrale anche, e soprattutto, nella pianificazione urbanistica. Un buon punto di partenza potrebbe essere il lavoro di Alberto Magnaghi ed, in particolare la sua definizione di territorio come giacimento di risorse.

 

VIABILITA’

Di immediata evidenza: intasamento delle strade e delle piazze ( occupate, in gran parte, da auto ferme).

Conseguenza, tra le altre, della prevalenza assoluta dell’automobile e del traffico privato. L a dispersione abitativa ( il già citato sprawl) ha incrementato ulteriormente il fenomeno. Il traffico risulta poco scorrevole soprattutto nelle ore di punta lungo le due arterie principali ( C.so Torino e via Saluzzo). L’inquinamento atmosferico, in prima mattinata e nelle ore pre-serali, lungo quelle direttrici è, probabilmente, piuttosto elevato. Utile ricavare dati ( esiste una centralina di rilevamento, penso gestita dall’A.R.P.A., all’angolo di C.so Torino con via Fenestrelle). Più difficile rilevare il grado di “ stress” degli automobilisti. Potrebbe essere interessante condurre degli esperimenti provando, i n auto, dei percorsi ( ad esempio: andata e ritorno dal lavoro)per calcolare il tempo di vita trascorso in scatola.

Ipotesi da discutere:

Un piano di viabilità ( che deve essere contestuale alla formazione di un nuovo piano regolatore )deve porsi l’obiettivo ( da raggiungere con gradualità) di separare il traffico urbano da quello extra-urbano.

Ovviamente in città è auspicabile una forte limitazione del traffico automobilistico ( specie di quello privato). Va favorita la circolazione pedonale ( e delle biciclette) e l’uso dei mezzi pubblici che, grazie alle nuove tecnologie, possono essere ottimizzati sia dal punto di vista dei tempi sia da quello dei costi ( V. libro di Guido Viale). Possibili passaggi:

_ aumentare ( gradualmente) l’estensione della zona pedonale. Valutare le ( eventuali) deroghe. Prevedere, lungo alcune direttrici, percorsi dei mezzi pubblici. Creare spazi appositi ( rigorosamente separati dagli spazi riservati ai pedoni)per le piste ciclabili.

_ “dissuadere” il traffico automobilistico verso il centro (parcheggio a pagamento, o riservato ai soli residenti, attorno alla zona pedonale?)

_ grandi aree di sosta ( gratuita) ai limiti dell’abitato e collegamenti con il centro tramite navette ( anch’esse gratuite).

_ verifica e potenziamento ( ove necessario ) del trasporto di linea ( gratuito per talune fasce di utenti, a prezzo “politico” per le altre).

_ non rilasciare nuove concessioni per le autorimesse private ed evitare ( se non strettamente necessarie) la costruzione di quelle pubbliche.

_ coinvolgere nella redazione del piano del traffico ( che, come già detto, va creato e modificato contestualmente alle variazioni degli altri piani urbanistici) tutta la popolazione.

Date le difficoltà che presenta il problema insisto sulla gradualità. Vanno programmate le varie fasi che verranno via via modificate, e rese operative, sulla base delle esperienze maturate nelle fasi precedenti e dello studio di soluzioni già sperimentate in altri luoghi.

Un’ultima notazione riguarda la segnaletica stradale che dovrà essere inserita nel piano del traffico e venire a far parte di un apposito “catasto”.

 

I BENI COMUNI

Credo si debba distinguere questi dal cosiddetto “ bene comune” ( un concetto vago , arbitrariamente proclamato assoluto ed universale). I beni comuni sono qualcosa di diverso in quanto elementi necessari alla vita degli umani e come tali portatori di una valenza a-storica. Per favorire la conoscenza delle loro peculiarità conviene limitare l’attenzione a singole entità anche se è possibile considerare il territorio ( nel suo insieme)come un unico bene comune. Non è superflua una catalogazione ( di quelli materiali e , forse anche, di quelli immateriali).Il che implica una più precisa definizione del concetto. La difesa della disponibilità del bene comune è uno degli elementi fondamentali della gestione del territorio.

Se il bene comune è , per definizione, proprio dell’umanità e non del singolo uomo, esso deve essere sottratto alla mercificazione ed il suo uso richiede ragionamenti ( e categorie di pensiero)diverse da quelle economicistiche. Gli aspetti prevalenti diventano quelli della condivisione, della solidarietà , della conservazione a favore delle generazioni future.

 

LA DEMOCRAZIA

Questo punto è , a mio parere , di assoluto rilievo. In fondo lo scopo di un’ ”osservatorio” è quello di far conoscere i problemi al maggior numero di cittadini possibile e , soprattutto di renderli partecipi delle soluzioni.

Attualmente , forse, le assemblee di condominio sono le ultime ( o , quantomeno , le più alte) forme di partecipazione decisionale. Le possibilità di prendere decisioni ( in ultima analisi, di avere e di esercitare un potere)sono andate , a tutti i livelli, via via riducendosi fino a coincidere con il periodico rito del voto. L’investitura popolare , una sorta di giudizio di Dio, legittima l’eletto ad esercitare individualmente il potere insofferente, anche , delle forme di controllo ( e di equilibrio) proprie di una democrazia rappresentativa. Nel mondo mercificato il candidato si presenta come merce ( da acquistare a scatola chiusa) per poter poi ( se vincitore) esercitare da padrone ( come si confà a chi ha acquisito il controllo di un’attività economica)il proprio dominio. Tutto giustificato dalla necessità di efficienza …

Questo riduce il cittadino a “ tifoso” e ( a livello nazionale , dove domina la televisione) la politica a spettacolo. Si accetta o si rifiuta il personaggio . Poco contano ( quando ancora hanno una visibilità “ strumentale” ) i programmi , le idee, i progetti concreti. La conflittualità ( pur elemento indispensabile della dialettica politica)si trasforma in scontro in nome di un’ideologia che , a ben vedere è , pur per tutti 8 o quasi), sempre la stessa . Come erano belli i tempi in cui , appena mascherati da ideologie contrapposte , erano gli interessi economici a scontrarsi …

Anche a livello locale, sia pur in minor misura, succede qualcosa di simile. I poteri assegnati al sindaco ed il ruolo affidato ai funzionari , hanno svuotato , in gran parte, di potere il Consiglio Comunale. A Pinerolo ( e non solo) sembra succedere il contrario ma ciò è forse proprio dovuto alla reazione dei consiglieri posti di fronte alla loro impotenza. Grande assente è , più che mai, il cittadino. Se da una parte occorre difendere i principi della “ democrazia rappresentativa” ( l’alternativa, oggi , è una dittatura morbida) dall’altra bisogna riconoscere che essa non è più in grado di svolgere la sua funzione. Questo richiede la “ promozione” di forme più dirette di democrazia attraverso la pratica della “partecipazione”. Essa si esprime , concretamente , nei processi decisionali legati agli ambiti propri dei cittadini : in primo luogo nella gestione del territorio. Anche se la cosa resta tutta da studiare si può ipotizzare che un intervento “politico” di stimolo al confronto “democratico”debba puntare a promuovere, facendo magari leva sul lato emozionale, nuove sintesi mosse dal confronto tra il “ vissuto” presente e le diverse possibili ( o ipotizzabili come tali) trasformazioni. Potrebbero, a questo fine, rivelarsi preziosi gli strumenti capaci di tracciare “ realtà virtuali”. Penso, ancora una volta, alle potenzialità dell’informatica.

Come già più volte ricordato l’urbanistica è materia complessa e richiede un livello minimo di specifiche conoscenze. Per favorire la partecipazione si devono esprimer , in forma comprensibile, le “ possibilità” con progetti che prevedono , al loro interno, una parte decisionale riservata al semplice cittadino. Qualche esempio di questo genere esiste e va studiato.

 

 

IL PROCESSO DI PRODUZIONE EDILIZIO

Qui recupero un vecchio file che, se ben ricordo, scrissi nel 2007. E’ un po’ “datato” ma credo possa, ancora essere utile per dare un’idea dell’industria delle costruzioni.

L’edilizia ha assunto un’importanza primaria nell’economia del territorio. In generale, il progresso tecnologico ( ma non solo quello … ) ha profondamente mutato la struttura della produzione.

Delocalizzazione, esternalizzazione, globalizzazione, … I neologismi si sprecano ma si rendono necessari in quanto descrivono un’organizzazione del lavoro radicalmente nuova. Altri termini, pudicamente tecnici, quale, ad esempio, “ flessibilità”, danno l’idea di chi sta vincendo nel conflitto tra capitale e lavoro.

Sta di fatto che, oggi, con molti meno “ addetti” ( almeno se si restringe la conta a chi lavora qui, in Italia) si produce molto di più, tanto è vero che si sono realizzati enormi spostamenti, dall’agricoltura e dall’industria, ad altri settori.

Forse, proprio per questo, accanto al “ terziario”, si è sviluppata in misura abnorme, l’industria delle costruzioni ( civili, industriali, commerciali, infrastrutturali).

Possibile tesi: la globalizzazione del capitale, con il relativo trasferimento della produzione in altri Paesi, non riguarda il settore delle costruzioni per il quale la globalizzazione incide solo sulla disponibilità di mano d’opera.

I lavoratori provenienti dall’estero, poco pagati e scarsamente sindacalizzati ( in quanto facilmente ricattabili), sono una delle componenti del boom dell’edilizia. Ma le case si costruiscono anche perché si vendono … Qui il ragionamento si fa più complesso.

Pinerolo ha molti più vani di quelli che sono i suoi abitanti. E’ vero che è una città di vecchi e che molti sono gli alloggi, a volte di grandi dimensioni, occupati da uno o, al massimo, due persone. Altrettanto vero che molte case sono vuote ( quanti cartelli “ vendesi” e, soprattutto, “ affittasi” …).

Ma, allora, che razza di mercato è questo dove l’offerta è sovra-abbondante ( e continua a crescere) senza che i prezzi crollino? Qualcosa non quadra … La legge che pone una relazione, stretta e diretta, tra domanda ed offerta sembra non valere per Pinerolo ( e per una miriade di altre situazioni ).

Intendiamoci: per una quindicina d’anni la domanda è stata assai sostenuta.

Sicuramente in tanti, in questo periodo, hanno acquistato una costruzione (visto che il numero dei nuovi edifici si è incrementato costantemente e che, nel contempo, non si ha notizia di grandi fallimenti tra gli impresari). Ma chi compra casa? Dare un volto ai numeri può aiutare a capire … Limitandosi all’edilizia cosiddetta “ civile” la “ disgregazione” della domanda porta ad individuare queste categorie:

_ l’ACQUIRENTE della “prima casa”. Presumibilmente una componente non maggioritaria se, come affermano le statistiche, oltre l’80% delle abitazioni sono di proprietà di chi dentro ci vive e se si considera che buona parte di chi non possiede una casa non è in grado di acquistarla ( il motivo per cui non la possiede). Una parte di questa domanda è costituita da famiglie di nuova formazione, da figli in fuga dalla casa paterna, da emigrati. In questi ultimi anni questa categoria si è rafforzata in virtù del credito ( mutui). Tassi agevolati, quota di anticipazione sempre più ridotta, estensione della durata ( si è arrivati al limite dei 50 anni !)hanno permesso a qualche “fortunato” di indebitarsi per tutta la vita … Una vita, spesso, non del tutto garantita. Forse i mutui “ subprime “ non sono un problema solo americano …

_ le FAMIGLIE che cambiano casa. Per esse sono cambiate le esigenze e/o le disponibilità economiche o, talvolta, è un iter che porta a “coronare un sogno” ( la villetta “ immersa nel verde”, dice la pubblicità … ). Vendono, affittano o lasciano vuota la “vecchia” abitazione.

_ l’INVESTITORE “puro”. Costui vede la casa come un “bene rifugio “ destinato a conservare ( o, meglio, a incrementare)nel tempo il suo valore e, se possibile, a produrre, fin d’ora, reddito. Compra casa ( di solito rivolgendosi al mercato del “ nuovo” ) in alternativa alle azioni, ai fondi, ai bot …

Ma, ovviamente, queste non sono le sole “figure” protagoniste del cosiddetto, “ processo edilizio”.

Il PROPRIETARIO FONDIARIO (colui che fornisce l’area fabbricabile o l’immobile da ristrutturare ) ottiene, quale contropartita, la “ rendita”: il premio alla potenzialità edificatrice della sua proprietà. Può apparire bizzarro che un terreno, per il solo fatto di essere inserito come edificabile da uno strumento urbanistico, valga assai più di un analogo appezzamento a cui non è riconosciuta questa “ qualità” ma tant’è … e la rendita incide in misura assai notevole sul costo finale della costruzione.

L’IMPRESARIO costruisce per trarre dalla vendita un profitto ( piuttosto elevato, negli ultimi anni, per il forte scarto tra costo di costruzione e prezzo di vendita). Molto spesso il capitale che impiega gli è fornito dalle banche ( direttamente o tramite il mutuo acceso dall’acquirente che, spesso, anticipa parte del pagamento).

La BANCA, ovvero il capitale finanziario, ha un ruolo fondamentale nel’ ” processo edilizio”: buona parte del denaro circolante viene erogato da essa ( del resto, altrimenti che ne farebbero del “ risparmio” privato remunerato pochissimo ed imprestato contro tassi di interesse ben più elevati ? ).

Ma molte altre sono le figure coinvolte: il LAVORATORE EDILE, l’ARTIGIANO, l’INSTALLATORE, i PROGETTISTI, i CALCOLATORI, l’ASSISTENTE e il DIRETTORE di cantiere, l’IMMOBILIARISTA … senza contare l’enorme INDOTTO ….

Tutti questi personaggi possono anche, talvolta, entrare, tra di loro, in conflitto ( ciascuno è portatore di un proprio interesse “ particolare”) ma il loro fine complessivo è comune: costruire. Per questo, nel loro insieme, costituiscono il cosiddetto “ BLOCCO EDILIZIO”. In fondo niente di nuovo sotto il sole: tutto ciò corrisponde, in uno specifico campo, alle “leggi” ineluttabili del sistema capitalistico il quale fonda i suoi meccanismi, la sua prosperità, e la sua stessa esistenza, sull’accumulazione di plusvalore. Ma se costruire è necessario per la sopravvivenza dell’attuale modo di produzione è anche elemento indispensabile ( o, quantomeno, utile)per la nostra vita? E’ fin troppo facile rispondere che se non si produce nuova.

“ricchezza” nessuno pagherà più la mia pensione o che non vi saranno più soldi per gestire scuole, ospedali e via dicendo … Però è altrettanto vero che costruire case per poi lasciarle vuote costituisce un inutile spreco di risorse. Incontriamo, così, una contraddizione fondamentale: quella tra valore d’uso e valore di mercato. Non potendo addentrarmi troppo all’interno di questa mi limito ad un banale esempio. Nonostante la sovrabbondanza del numero di vani si parla di “emergenza casa” in quanto, effettivamente, molti sono coloro che si vedono privati della possibilità di usufruire di un’abitazione decorosa ( o, anche solo di un’abitazione …). Se non hai soldi per pagare non costituisci “domanda”. La città che si espande, che asfalta e cementifica la campagna, che crea periferie invivibili, che attraverso l’uso massiccio dell’auto (reso necessario dalla crescente estensione)ammorba l’aria non è in grado di soddisfare il “ bisogno” di una vasta fascia di cittadini … La città avanza … Vista dall’alto ( o su una cartina) è tutto un aggrovigliarsi di macchie che si dilatano in continuazione, perdono densità verso la “ periferia”, sporcano un’area sempre più vasta lasciando attorno a se e al proprio interno, spazi che, oramai, appaiono “residuali” ( in quanto, anche se non trasformati mutano di fisonomia in un contesto tutto trasformato). Sono i confini provvisori ( limiti temporanei, quasi “scarti”della produzione ) di un dilagare che sembra inarrestabile. Anche gli “ostacoli” fisici ( fiumi, colline, avallamenti, …), nell’ideologia dello sviluppo, appaiono, come limiti da valutare “ economicamente” per vedere se il superarli produce profitto. Una montagna? Che ci vuole? Ci facciamo un buco dentro … Uno stretto? Facciamo un ponte …

Ma, allora, tornando alla domanda di prima, in che misura l’interesse del “ blocco edilizio” coincide con l’interesse complessivo ( se è lecito usare questo termine) ovvero il cosiddetto “ bene comune”? Parlare di collettivo ( ovvero di “ tutti “ ) evoca l’universalità … si può immaginare che con il termine “interesse complessivo” si intenda un qualche cosa di oggettivo ( e dunque misurabile, con una certa precisione, in misura largamente indipendente dal punto di vista dell’osservatore). Cosa sia bene o male per una comunità ( o, addirittura, per l’umanità) non è, però, determinabile a priori se non fissando ( arbitrariamente) obiettivi e traguardi da raggiungere. L’elenco di questi può essere fatto in maniera relativamente “ facile” enumerando principi generali ( sopravvivenza della specie, reciproca tolleranza, “ felicità”, … ) ma il tutto diventa assai discutibile se si entra nello specifico dell’agire sociale. Non credo, tanto per fare un esempio sia pur basato su una scelta di alcuni contraddetta dall’implicito dominio dei valori prevalenti, che la ricerca della felicità possa coincidere con la ricerca della ricchezza ( e, dunque, con la produzione e l’accumulazione dei beni). L’implicita finalità dell’economia ( almeno di quella dominante, classificata come “ capitalistica”) è il produrre, un’attività che è sicuramente interesse di una classe sociale ma che non necessariamente lo è per le altre e, forse, ancor meno per la totalità degli uomini. Non solo: aspetti connessi alla catena di produzione della ricchezza ( quali, ad esempio, speco, rifiuti, inquinamento, …) possono essere considerati deleteri per lo sviluppo e la conservazione della nostra e delle altre specie. In definitiva non è difficile pensare che sia la cultura della classe dominante a imporre il proprio interesse come coincidente con l’interesse collettivo. Il concetto di interesse ( o bene) comune è, dunque, sostanzialmente, ideologico e serve perciò, a giustificare e sostenere interessi che sono in contraddizione con altri ( “di parte” e, dunque, in contraddizione con il termine “comune”). Probabilmente se si pensa che possa avere un senso ( ed un’importanza per prendere decisioni ) il termine “ interesse comune” occorre “relativizzarlo” ovvero dare ad esso una collocazione storica ( o, forse, anche antropologica a partire dal dualismo tra eros e civiltà).

Esso non può essere la “ summa “ degli interessi delle parti, in quanto tra di loro contrastanti e, probabilmente, neppure la “ sintesi superiore” nella dialettica tra le diverse posizioni spesso, tra di loro, irriducibili.

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